Lavinia Dickinson Edizioni

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Roberto Malini: la poesia come canto di libertà

Aggiornamento: 18 ago 2021


Brevi cenni biografici. Sono nato a Milano il 27 maggio 1959. Oltre che alla poesia, mi dedico alla prosa, alla saggistica e al cinema. Da molti anni sono impegnato nella ricerca ed educazione alla Shoah. Ho incontrato decine di sopravvissuti, raccogliendone le testimonianze. Su questo argomento ho pubblicato alcuni testi, accolti nelle biblioteche dei principali memoriali in tutto il mondo. Il mio libro Le 100 Anne Frank (Milano, ottobre 2005) è sostenuto e patrocinato dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ho scritto la sceneggiatura del cortometraggio Binario 21, premiato al Pitifest 2004 e patrocinato dalla Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research. Sono autore di film, documentari e testi teatrali. L’opera per teatro e danza Anne in the Sky, che ho scritto insieme ad Edna Angelica Calò Livnè, è stata rappresentata decine di volte, in tutto il mondo. Si tratta di un testo educativo che ricorda la giovane scrittrice vittima dei nazisti e invita il mondo alla pace. È messo in scena dal Teatro dell’Arcobaleno, compagnia formata da giovani attori e danzatori ebrei e arabi. Nel 2006 ho scritto e diretto – insieme a Dario Picciau, un caro amico, un regista e artista geniale e innovativo, con cui lavoro da tanti anni – il documentario In viaggio con Anne Frank, uscito nei paesi di lingua tedesca con il titolo Anne Frank – Bewegende Tage, co-prodotto da Mediaset, Zdf e Art’è. Sono impegnato con grandi energie nel recupero dell’arte dell’Olocausto. Nel corso degli anni ho realizzato una collezione di quasi 200 dipinti, disegni e incisioni di artisti scomparsi nei campi di morte nazisti o sopravvissuti allo sterminio. Nel 2011 ho donato la collezione al Museo Nazionale della Shoah di Roma. A questa ricerca è dedicato un capitolo del libro Operazione salvataggio di Salvatore Giannella (Milano, 2014). Mi occupo da tanti anni di diritti umani e sono uno dei fondatori e leader del Gruppo EveryOne. L’associazione conduce campagne per il rispetto dei diritti umani e contro le discriminazioni razziali. Con le sue azioni civili, ha ottenuto il riconoscimento del diritto all’asilo per decine di profughi provenienti da Paesi in cui non vi è rispetto dei diritti umani. Ho ricevuto alcuni riconoscimenti per il mio lavoro a difesa dei diritti umani e per una cultura di civiltà, fra cui il Premio “La ragazza di Benin City” 2012, il Premio Dan Arevalos – per la cultura e i diritti umani – 2013 e il Premio Phralipé 2014, riservato ai difensori dei diritti e della cultura del popolo Rom. A causa del mio lavoro umanitario ho subito, purtroppo, diversi atti di persecuzione istituzionale, ingiusta repressione giudiziaria e censura culturale, come registrato nei Rapporti 2010 e 2011 dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani. La mia poesia tocca spesso temi legati alla memoria della Shoah e ai diritti umani, con numerosi riferimenti a casi che ho seguito in prima persona e personaggi da me incontrati. Attualmente vivo a Malta e continuo ad occuparmi di poesia, prosa, ricerca, cinema e diritti umani.


In visita al campo di concentramento di Fossoli


Quando e come si è avvicinato/a alla poesia? La poesia – con la magia delle parole che si trasformano in canto e i baci, le alternanze, gli incroci, gli incatenamenti, le simmetrie, le ripetizioni delle rime – mi folgorò fin dalla prima infanzia. Ricordo ancora nitidamente mia nonna materna, Noemi, che recitava per noi bambini Davanti a San Guido di Giosuè Carducci, X agosto di Giovanni Pascoli, A Silvia di Giacomo Leopardi e la fiaba in versi di Giuseppe Giacosa Una partita a scacchi. Quando imitava il modo di declamare tipico del poeta dialettale veronese Berto Barbarani, il cantore degli umili, dei mendicanti e dei Rom, la nonna – veronese da tante generazioni – ci divertiva e affascinava. All’età di dodici anni, nel 1972, composi le prime poesie. In quel periodo frequentavo, durante le vacanze estive a San Giacomo d’Invrea, località ligure vicina a Varazze, il filosofo Fulvio Papi. Papi, che era il mio mentore – tanto più dopo la morte di mio padre, avvenuta quello stesso anno – apprezzò quei lavori giovanili e mi invitò a proseguire sulla strada della poesia. Un cammino che non era solo metaforico, perché nei mesi estivi accompagnavo quotidianamente il filosofo nelle sue interminabili passeggiate attraverso la macchia mediterranea e le pinete di quel luogo incantevole. Lui parlava e io ascoltavo. Quando chiedeva il mio parere di ragazzino su temi grandi e importanti come la vita, la morte, l’anima e Dio, gli rispondevo con spontaneità e sincerità. Quelle camminate erano la mia personale “scuola peripatetica”, che proseguì fin quando ebbi 19 anni. Papi presentò il mio lavoro poetico, che si era affinato, dopo tante letture e tanta officina, ai poeti Vittorio Sereni e Franco Loi, che lo apprezzarono e mi introdussero in un ambiente letterario con cui però fui subito in disaccordo, non volendo legare l’arte ad alcuna scelta politica. Sereni, Loi (con il quale ho ritrovato recentemente un ottimo rapporto, dopo più di trent’anni da quell’episodio) e Dario Bellezza furono colpiti in particolar modo dalla mia novella in versi L’uovo, composta nel 1975, all’età di 16 anni. Ho ancora la prefazione che Dario Bellezza scrisse per quel testo. Nel 2003 il regista Dario Picciau ha realizzato l’omonimo lungometraggio animato in computer grafica: un film che mantiene intatta la struttura in versi dell’opera e che ha ottenuto importanti riconoscimenti ai Festival cinematografici di tutto il mondo, fra cui il prestigioso Festival di Annecy, il Future Film Festival di Bologna, il Festival di Lisbona e quello di Bruxelles. L’uovo è stato pubblicato da Proedi nel 2005, trent’anni dopo che lo scrissi. È una parabola sull’uguaglianza e il valore della vita, contro ogni pregiudizio e discriminazione. In Francia e Svizzera è consigliato dai ministeri dell’Istruzione agli studenti di ogni età, mentre in Italia non è mai stato trasmesso dalle tv nazionali.


Con Franco Loi al Premio Juan Montalvo 2013


Eventuali attività poetiche, collaborazioni (riviste, collettivi, ecc.) e pubblicazioni. Ho pubblicato le prime poesie su Nuovi Argomenti e altre riviste letterarie, quindi le raccolte di versi Il maestro delle danze divine, La legge del volo e Belante cosmo. Negli anni Ottanta ho tenuto performance di poesia e musica con un gruppo di poeti impegnati contro le discriminazioni, fra cui Dario Bellezza, Christopher White e Paola Astuni. Nel periodo 2009/2013 ho pubblicato la raccolta di novelle poetiche Le parole e l’anima, il racconto lirico e filosofico Haiku, vivere la poesia, le Poesie dell’Olocausto, le versioni in Italiano delle Poesie di Emily Dickinson e di Saffo, il libro di poesie Il silenzio dei violini (con Paul Polansky, dedicato ai Rom e Sinti in Italia), la silloge poetica Bligal di pietra e luce (con mia sorella Daniela, insegnante, attivista umanitaria e poetessa) e la raccolta di poesie sulla memoria della Shoah e sui diritti umani Dichiarazione. Nel 2013 ho pubblicato inoltre la raccolta di novelle per ragazzi Esopo nelle Valli di Tridentum. Nel gennaio 2014 la raccolta di poesie Il giardino dei poeti quantici e poco dopo il racconto, sostenuto dal governo della Sierra Leone, Le stelle nella risaia. Sono convinto da tanti anni che la poesia, per rinnovarsi, debba interagire con la musica, le arti visive, il cinema e le tecnologie di comunicazione digitali e multimediali. Si tratta di un campo di ricerca ed espressione dalle enormi potenzialità, nel quale ho realizzato diverse opere, lavorando in perfetta sinergia con Dario Picciau: L’uovo, il primo film in 3D mai realizzato in Italia; i videopoemi Quando Bartolomeo sorride, Binario 21, Makwan, Grüne Rose, Addio Pesaro e Gelem Gelem. Sono lavori pluripremiati, tradotti in diverse lingue e proiettati ogni anno in festival di cinema, rassegne d’arte digitale, giornate della Memoria. Sono invitato a numerosi festival internazionali di poesia e alcune delle mie letture imperniate sui diritti civili sono patrocinate dall’UNICEF, dal Consiglio d’Europa e da altri organismi istituzionali. Sono co-fondatore di una piccola casa editrice che opera per scoprire e divulgare le voci sommerse della poesia contemporanea: Lavinia Dickinson Editore. Gli autori di Lavinia Dickinson, che sono anche difensori dei diritti umani, hanno ottenuto importanti riconoscimenti alla loro opera prima. Steed Gamero ha vinto il Premio Letterario Camaiore Proposta 2013, il Premio di Poesia Petreca Dini in Brasile e altri premi in Italia e all’estero. È imminente l’uscita del suo I ragazzi della Casa del Sole anche in spagnolo. Elisa Amadori Brigida con la raccolta A rigor di stelle è stata finalista al Luzi e ha vinto il Premio Internazionale Città di Milano per la Poesia. Il grande poeta messicano Homero Arjidis ha definito gli autori di Lavinia Dickinson come “una nuova onda italiana di genio poetico, libertà e impegno civile”. Da tre anni organizzo eventi per l’iniziativa globale 100 Thousand Poets for Change (Centomila poeti per il cambiamento). Ho ottenuto numerosi riconoscimenti nell’àmbito di premi di poesia, prosa e arte in Italia e all’estero. Sono presidente della Giuria del Premio Internazionale di Poesia Juan Montalvo. All’inizio del 2015 Il silenzio dei violini uscirà in Brasile per un’importante casa editrice, nella splendida traduzione in portoghese di Amina di Munno.


Con Michael Rothenberg al Memoriale della Shoah di Milano (100 Thousand Poets for Change 2014)


Cos’è la poesia per lei? La poesia è un canto che ci raggiunge nei momenti in cui il nostro animo abbassa gli schermi dell’egoismo, dell’indifferenza, del materialismo, della paura ed è in armonia con l’essenza della vita e con la natura veritiera delle cose. Il suo non è tuttavia il canto delle sirene: non ci trae in inganno, ma ci avverte che il respiro vitale, l’attimo presente sono le sole ricchezze che possediamo. Ci risveglia in un istante di grazia. Ci dice che la memoria e l’esperienza sono le nostre guide attraverso un mondo splendido e tormentato. La poesia è la capacità di interpretare il linguaggio che si nasconde nelle architetture atomiche della materia, nelle immensità dello spaziotempo, nei moti universali che annientano e rigenerano tutto ciclicamente, instancabilmente. La poesia è… un super-potere e – come ci avvertono gli eroi dei fumetti – “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Se è vero che la poesia può esprimere con efficacia il puro canto del quotidiano, celebrare i meravigliosi fenomeni della natura, esaltare la bellezza della giovinezza e dei sentimenti umani, essa possiede anche, almeno in nuce, la capacità e la forza morale di essere testimone del proprio tempo, lacerando i sipari dell’ipocrisia, dell’indifferenza, della propaganda per mostrare all’umanità la carne nuda della verità storica. In tutte le epoche si assiste alla persecuzione dei poeti da parte dei burattinai che muovono i fili della Storia. Quando cadono nelle loro mani, i poeti subiscono intimidazioni e violenze, carcere, torture e in molti casi il patibolo a causa del loro canto di libertà. Ma in ogni tempo, in ogni luogo il canto dei poeti continuerà a innalzarsi, chiaro e orgoglioso come la verità, sfidando autorità, tribunali, prigioni, strumenti di supplizio e forche. Questa è, per me, la poesia, identica alla speranza, identica alla giustizia, identica alla saggezza e alla bellezza.


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Con i poeti Homero Aridjis e Steed Gamero al Premio Letterario Camaiore 2012


Due poesie per i diritti degli omosessuali Kampala / Khartum, settembre 2014. L’associazione per i diritti LGBT Rainbow Sudan di Khartum e il St. Pauls Voice Centre di Kampala (Uganda) hanno partecipato all’iniziativa 2014 del movimento globale di poesia 100 Thousand Poets for Change, in collaborazione con EveryOne Group. Gli attivisti, i poeti e gli artisti gay del Sudan e dell’Uganda hanno interpretato due mie poesie, che sono già diventate nelle due nazioni africane veri e propri inni contro l’omofobia. A Kampala, il 15 settembre 2014, Patrick Leuben Mukajanga, leader del St. Pauls Voice Centre, ha letto la poesia Un giorno senza vento (A Day Without Wind), mentre i difensori dei diritti LGBT e i poeti ugandesi hanno letto a Khartum Siamo l’arcobaleno (We are the Rainbow).


Un giorno senza vento A Patrick, nel giorno in cui la Corte Costituzionale dell’Uganda ha annullato la Legge anti-omosessualità, che il Parlamento aveva approvato il 20 dicembre 2013.


Una cattiva legge è un vento sinistro che fa a brandelli le nostre anime, ci strappa da terra e ci scaglia in luogo sconosciuto.


Un luogo oltre i confini del diritto, dove non siamo cittadini né profughi, ma nemici e condannati.


Oggi, però, è un bel giorno, un giorno senza vento, pieno di sole e coraggio, pieno di gioia e speranza.


È il giorno di chi ama e non sa odiare e adesso tende le mani libere verso il cielo danzando su strade piene di sole e coraggio e cantando pieno di gioia e speranza.


La sua canzone dice che l’amore è più grande della legge e che non c’è futuro per nessuno senza amore.


Non c’è futuro per nessuno senza amore.


***


Siamo l’arcobaleno

Siamo l’arcobaleno, siamo un ponte di luce, un ponte indistruttibile da una sponda all’altra di tutti i fiumi in tutti i paesi del mondo.


Siamo il ponte che sostiene il peso di tutti coloro che attraversano il fiume della vita.


Siamo l’arcobaleno fatto di pietre comuni e di gemme preziose: tanti colori sono il nostro vanto e il nostro nome è Libertà.


***


Due poesie dedicate al popolo Rom in Italia. Dal libro “Il silenzio dei violini” (Edizioni Il Foglio 2012).


Il silenzio dei violini

Ispirata da Jasmina, giovane Romnì* che le autorità milanesi scacciarono brutalmente dal campo di via Triboniano nel mese di giugno 2007.


Tu che sei un essere umano come me, fermati, non passare oltre, affrettando il passo e girando la faccia per non vedere.


Guardami! Guarda le mie sorelle, i miei fratelli, guarda i nostri bambini!


Non lasciarti ingannare: è vero, sono diversi dai tuoi bimbi che se ridono sembrano violini, violoncelli se piangono.


I nostri no, non ridono, non piangono, sono sporchi, malati, hanno occhi tristi fissi sul nulla come quelli dei vecchi.


Tu che vivi fuggendo – quasi sempre - il dolore, fermati per un attimo e guardaci.


Guardaci: siamo uguali a te (quando la sofferenza come un raggio di luce acuminato ti colpisce – inattesa – al centro del cuore).


Guardaci, siamo carne e fame e sete e sogni e sangue e pelle come te, come la tua gente, come i tuoi bambini.


(Impara ad ascoltare il silenzio dei violini, l’agonia dei violoncelli). Tu che sembri un essere umano come me, fermati, non passare oltre, affrettando il passo e girando la faccia condannandoci a non esistere.


*È il femminile di Rom. Significa “donna” in lingua Romanès.

***

La canzone di Irina

Irina non sentiva più niente, la sua anima era uscita attraverso i suoi occhi sgorgando come acqua da una doppia fontana.


Nel crepuscolo viola, immaginava di salire in cielo, bianca, leggera come una nuvola e di tornare giù come fresca rugiada, posandosi nei calici aperti del convolvolo.


“I fiori sono così belli,” sussurrò fra sé, “più tardi ne raccoglierò un mazzetto”.


Le baracche bruciavano intorno a lei, crepitando.


Adesso ritornavano la paura e il dolore, ma li scacciò come insetti molesti.


Udì, vicina, la voce del suo bambino, rotta dal pianto, che ripeteva “mamma” e rise nel suo cuore, perché significava che era vivo.


Un uomo le piantava chiodi nel ventre. Il suo fiato puzzava di tabacco e cipolle.


Ma lei fuggiva ancora nel calice di un fiore e sentiva profumo di vaniglia.


Un po’ di vento le passò sul viso, fresco come le acque dei ruscelli di Banat*.


Adesso il suo bambino cantava sottovoce:


Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste sa vad daca stii cine te doreste**


Quando tutto finì, Irina chiuse gli occhi. Aveva il cuore in tumulto e il respiro mozzo.


Sentiva male, ma la nausea era più forte del dolore e la vergogna era più forte di tutto.


“Infelice fra tutte le donne – disse a se stessa - come potrà guardarti ancora in faccia, tuo marito?”.


L’odore acre del fumo pizzicava le narici, mentre intorno si alzava un coro di gemiti.


Aprì gli occhi e incontrò quelli del suo bambino, che erano pieni di lacrime.


Sorrise. Si alzò.


Lo abbracciò e stringendolo al seno, cominciò a cantare, a bassa voce:


Hai ghiceste ghiceste cine te iubeste sa vad daca stii cine te doreste hai ghiceste hai ghiceste spune-mi cine te iubeste si din dragoste iti daruieste.


*Regione nel sudovest della Romania. **Canzone popolare romena assai nota nell’interpretazione di Nicolae Guta.


Lettura all’Auditorium Atrium di Carugate, con Rebecca Covaciu (Festa di Carugate 2013)