Lavinia Dickinson Edizioni

  • Roberto Malini - Margutte

Margutte – Antonella Rizzo e il viaggio infinito della poesia

Aggiornamento: 18 ago 2021


È in libreria la nuova raccolta A quelli che non sanno che esiste il vortice (Lavinia Dickinson Edizioni, Prefazione di Roberto Malini)


In ogni momento la libertà è minacciata dal bisogno. Nessuno è salvo se rifiuta la possibilità di raggiungere la sua isola.


Le radici di un poeta affondano nella terra viva delle sue origini: è lì che esse si abbeverano di memoria e miti, per maturare i frutti della creatività. Figlia di genitori calabresi arbëreshë, Antonella Rizzo esprime nei suoi versi la cultura dei suoi antenati balcanici, una cultura che considera quale valore più alto la libertà, personificata – fra mito e Storia – dall’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg. Libertà che non è mai certezza, che non si identifica in alcun luogo, ma è viaggio perenne. Come si può essere poeti se non la si elegge a propria musa e proprio genio? «Sono una viaggiatrice dell’anima,» racconta di sé Antonella Rizzo, «una stanziale affamata di conoscenze. Non amo viaggiare quanto vivere le culture attraverso le relazioni umane». Nella collana “Isole del suono” – il viaggio di nuovi argonauti che provano a cambiare il mondo con il potere segreto della poesia – esce per Lavinia Dickinson Edizioni la raccolta di poesie A quelli che non sanno che esiste il vortice. È un’opera che colpisce al cuore il lettore, affascinandolo e conquistandolo con una voce unica della poesia italiana. Lavinia Dickinson Edizioni ha scelto di puntare con determinazione e fiducia su questo libro, che raccoglie versi ispirati, toccanti, bellissimi. Un libro breve. Un libro che non finisce mai, perché i veri poeti – e Antonella Rizzo è una vera poetessa – non accumulano, ma tolgono parole alla materia letteraria, asciugano i versi e li riportano alla loro natura di vibrazione, vibrazione che è pietra e vita, memoria e creazione, energia e musica.


Invoco il vuoto, il danno ai ricordi lo stimma dei vecchi e il loro silenzio. La memoria che usura, ammala, che sfianca riduce i limiti e quindi col tempo racconta la morte degli eroi, amatissimi figli fertile e rustica come gramigna. Voglio le sacche svuotate dai mali.


Vibrazione senza materia inutile intorno all’anima nuda del canto, essenziale come una figura di Giacometti e contemporaneamente titanica, fertile come una Maman di Louise Bourgeois. Parole-ragno, parole-madri, parole sospese fra il dolore e il sogno, l’inconscio, la Storia e il mito. Parole sempre ispirate. Non mi sorprende che l’autrice scriva di sé: «Ho confidenza con le mie zone d’ombra e, in fondo, una sorta di saggezza antica». A quelli che non sanno che esiste il vortice è l’itinerario umano dell’autrice ed è contemporaneamente il viaggio di tutti noi attraverso l’arcipelago dell’esistenza, in quel tempo presente che ci esalta e ci terrorizza, grava su di noi come l’ultima tempesta e ci promette speranza nel miraggio di un’isola.


Ho scritto di cose che attraversano la storia del mondo nel quale sto vivendo. Le ho riunite. Sono vissuta emotivamente raminga con l’ossessione di trovare la mia isola come fecero i miei antenati balcanici.


Niente se non dolore e meraviglia, l’idrogeno e l’ossigeno dell’acqua che rappresenta la nostra esistenza, la continua ricerca di un approdo sereno. E le isole che costellano la navigazione sono entità femminili che hanno nomi umani, a volte esotici, ma cuori che appartengono al mito. «Amo la scrittura femminile, che evoca umanità e bellezza interiore». Scrittura femminile come canto dell’esperienza: la donna e la sua storia, il suo mito, la sua presenza nella cultura, nell’arte, nella civiltà. La sua capacità di resistere alla barbarie, di difendere il diritto di restare liberi e inviolati nel cuore e nel corpo, di trasformare la società umana. La donna e la sua ribellione, che contiene i semi di un’era non più basata su inganno e violenza, ma sulle nudità quasi divine del vero e della pace.


Dico no ai vostri giacigli alle trombe di Dio alle figlie perdute che sanno di moglie di sordidi orgasmi alle voci di satiri organi a peso ai corpi attaccati a croci di legno. Dico no con la forza dell’ultimo giorno.


Nessun compromesso, nel viaggio intorno al vortice della nuova poesia di Antonella Rizzo. Nessuna esitazione, nei frammenti della sua Odissea capovolta, in cui è Penelope a cercare la propria isola: «Mi guardo dentro e ammetto le grandi fragilità dell’essere umano. Per questo sono comprensiva: riconosco l’imperfezione in me stessa e so che è la costituente di tutti noi. Il viaggio è infinito e ogni giorno sbarchiamo in un porto diverso». Nessuna scorciatoia. Nessuna bugia. Nessuna rassegnazione. Ma solo poesia.


Se esiste questo mondo di ninfe, di marie sentiranno il gelo della prigionia degli uomini ombra che raspano il metallo esattamente il mio stato di coscienza quando il bolo diventa pietra e la gola brucia.



Foto di Angela Marano


Da A quelli che non sanno che esiste il vortice:


L’ultima reliquia è un cartoncino bianco custodiva lo scontrino del bistrot circondato da vetri, vicino San Giovanni. L’ultimo caffè, quello che sapeva di ricordo la storiografia del momento lieve di un posto illuminato, un giardino d’inverno un prezzo esibito con eleganza.


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Nella Latomia, la caverna spettrale producono lacci, non sanno volare un diligente servizio alla specie. Se il mio confessore mi avesse compresa, il mio cane, il mio uomo, almeno il mio santo.


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So che se avrò fortuna perderò il treno o farò tardi all’appuntamento e avrò un motivo per non sopportarmi. Ho sempre abortito ogni grumo di vita i miei sono embrioni non esseri atomi di folla, persone in vitro niente di compiuto da dichiarare.


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